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Irpinia
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di Alfonso Guida

Una visione che nell’accadere del terremoto tocca le cose e ne è toccata diventando il luogo che è incontro tra noi e quanto succede (è successo), mediante il linguaggio e le sue leggi e attraverso un’alchimia che solo i (rarissimi) veri poeti conoscono e mettono in pratica: trasformare il linguaggio e le sue leggi (che Alfonso Guida conosce incredibilmente bene) in cose, e le cose in poesia. In questo processo sapienziale il caleidoscopio di tutto tutto avvolge per fare emergere la singolarità tragica del dettaglio, per restituirla a noi enunciata, afferrata e infine capita, quasi per fatale esorcismo (“Ciò che è conosciuto non esiste più”, diceva Éluard) consumata. Il caleidoscopio delle nostre esistenze c’è se un occhio lo guarda e l’Irpinia di Alfonso Guida spaventa per precisione e rassicura per la fermezza della voce che ce la dice e sa reggerne la tragedia, enunciandola: penso ad esempio al catalogo omerico delle navi, inutile, forse; se non fosse il luogo dove respiro e memoria stringono di generazione in generazione un patto che vanifica l’oblio dei millenni. Dopo e durante il compimento dello spavento restano le forme che l’entropia universale sta per cancellare e Guida “tiene ferme” (hegelianamente) come scattando un’inesorabile fotografia di nostri insondati procedere che hanno a che fare con la vita e la morte, specchio di tutto esattamente come si manifesta ma che noi non abbiamo il coraggio di vedere. Per noi, lo vede il poeta.
Aldo Nove