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Ti amo spregevole amore mio

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Chi si presenta qui, con il suo libro di esordio, ha il dono irrimediabile, di dichiarare fin dal titolo il suo oggetto: “Ti amo spregevole amore mio”. Di questo “vento pestilenziale”, “vagone dannato”, “sgomento, dolore” racconta, Barbara Cupertino, nel suo canzoniere, com’è nella lunga tradizione al femminile senza preservarsi: Saffo, Eloisa, Margherita di Navarra, Louise Labé, Isabella Morra, Sylvia Plath, Patrizia Cavalli.

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Descrizione prodotto

di Barbara Cupertino, 2006;

Chi si presenta qui, con il suo libro di esordio, ha il dono irrimediabile, di dichiarare fin dal titolo il suo oggetto: “Ti amo spregevole amore mio”. Di questo “vento pestilenziale”, “vagone dannato”, “sgomento, dolore” racconta, Barbara Cupertino, nel suo canzoniere, com’è nella lunga tradizione al femminile senza preservarsi: Saffo, Eloisa, Margherita di Navarra, Louise Labé, Isabella Morra, Sylvia Plath, Patrizia Cavalli… Essa si consegna volontaria alla Macchina Celibe dove per pura inevitabile coincidenza (“mentre ti spiavo/ e, smarrita/ nelle tenebre/ dei tuoi occhi di pece, …”), lo scimmione percuote la pelle (del tamburo) e dà il via, verso perverso, al meccanismo infernale. L’uno dopo l’altro cadono gli ingranaggi e consegnano la vittima allo strazio ineludibile, nella brace dei suoi dolori “lento e spietato/ a bruciare nelle mie viscere” fra argani, carrucole, cinghie, “fruste e catene/ che altro non sono d’amore le pene”. Le punte innumerevoli delle lame della macchina in moto segnano, tagliuzzano, imprimono, in modo reiterato, ossessivo, le carni e l’anima, nella complessa dialettica: amore e morte, godimento e tormento, lamento e imprecazione, allontanamenti e ritorni. Verso dopo verso, così, la cifra genetica e stilistica si snoda in questa naturale trobairitz dal tono petrarchesco: “Che amarti è la mia redenzione/ e ascoltarti il mio tormento.”. E finalmente sulla scena sola di quel vuoto teatro inascoltato dove lo strazio dell’Io amoroso si consuma non senza frecciate al “maschio” irrisolto: “Hai paura, lo so;/ ho paura…/ anch’io, sì./ Paura d’amarti non d’amare,/ paura di te che d’amare hai paura.”, un grido si sprigiona “voglio traboccare/ voglio esagerare/ voglio prendermi ciò di cui ho sete/ e sfamarmi con ciò di cui ho fame.”.

Giuseppe Goffredo.

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